Mae Sot 

Il contesto

Al confine fra Thailandia e Birmania, nella zona della piccola cittadina di Mae Sot, a seguito degli scontri fra minoranze etniche e la dittatura militare, vivono  decine di migliaia di rifugiati politici e migranti birmani.

A partire dagli anni ottanta, hanno illegalmente attraversato il confine e si sono stabiliti in Thailandia, progressivamente ottenendo lo stato di rifugiato o lavorando per lo più come braccianti agricoli.

La situazione che si è venuta a creare è  preoccupante. La maggior parte dei migranti birmani vivono in condizioni di indigenza, non possono lavorare regolarmente nel paese che li ospita perché privi di visto o cittadinanza, non hanno accesso alle strutture sanitarie ed altri diritti fondamentali.

I figli di queste comunità di migranti e sfollati, in genere affrontano la povertà, la discriminazione e altre questioni sociali a causa del loro status di irregolari. Sebbene abbiano diritto all'istruzione nelle scuole thailandesi, l'accesso è irto di ostacoli: barriera della lingua sia per i genitori che studenti, condizioni economiche, mancanza di documenti appropriati, barriere culturali, l'impossibilità di viaggiare in modo sicuro  verso le scuole governative, difficoltà di apprendimento a causa delle interruzioni nella loro formazione scolastica.

Gli ultimi dati ufficiali, pubblicati ad aprile 2014, rilevano appunto la difficoltà dell’accesso all’istruzione nelle scuole governative thailandesi per i bambini birmani.

La percentuale più alta del flusso migratorio interessa la provincia di Tak, in particolar modo i distretti di Mae Sot e Pho Pra (area 2 Tak) . Malgrado la difficoltà persistente di poter stimare il numero di bambini migranti, il  Comitato per la protezione e la promozione dei Diritti del bambino, ritiene che  siano tra i 28 mila ed i 30 mila i bambini migranti birmani nell’area 2 di Tak , di cui solamente 9.408 iscritti nelle scuole governative

La Thailandia  non è firmataria della Convenzione sui Diritti dei Rifugiati. Nell’ultimo rapporto «The Trafficking in Persons»  che fa riferimento ai dati del 2014, redatto dal Dipartimento di Stato americano sul traffico umano, viene sottolineato che lo spaventoso fenomeno della tratta illegale delle persone in Thailandia è cresciuto enormemente.

 

Campo di Mae La, 50 mila rifugiati karen

Mae La è il più grande campo per rifugiati birmani al confine tra la Thailandia e il Myanmar, dove quasi 50 mila persone di etnia karen vivono rinchiuse come animali in gabbia. Uomini e donne, vecchi e bambini. I nove centri che costellano questo lembo di terra accolgono almeno 150 mila sfollati, mentre i rifugiati dell' ex Birmania che vivono illegalmente nella zona ammontano - secondo stime ufficiose - a un milione e mezzo. Sono i profughi di quella che è stata definita la più lunga guerra civile attualmente in corso nel mondo

   

Testimonianze disumane. “Quando l'esercito arriva  nei villaggi, gli uomini vengono trascinati fuori dalle case, presi a calci e pugni. Le donne vengono portate nella foresta, dove vengono stuprate, spesso da un intero plotone”  racconta un profugo, ricordando il caso di Naw Moo Moo, una ragazza di vent'anni, stuprata ripetutamente da quattro soldati della 246° Divisione e poi uccisa.

Storie di stupri, violenze, torture.

E ancora, le tante storie delle donne costrette dall’esercito ai lavori forzati, mal nutrite e perennemente malate, molte vittime di aborti spontanei causati dalla fatica.

«Noi profughi non siamo autorizzati a uscire dal campo per lavorare, ma qui dentro non c’è occupazione: che cosa dovremmo fare?». A raccontare l’ordinaria, assurda, epopea degli ospiti di Mae La è Saw Htun Htun, segretario aggiunto del Comitato del campo che gestisce la vita «dentro il recinto». Giovane professore di matematica in patria, nello Stato Karen, Htun Htun lasciò il Paese in fuga dalla miseria e dai soprusi della giunta nel 1990: da allora vive  rinchiuso a Mae La. «Molti di noi, in realtà, escono lo stesso clandestinamente per poter lavorare. Qualcuno scompare, molti tornano a sera o nel fine settimana, perché per trovare lavoro bisogna andare di solito fino a Mae Sot». In questa cittadina di confine, nota per il contrabbando e l’illegalità diffusa, i rifugiati karen finiscono impiegati, in condizioni disumane e spesso sottoposti ad abusi, nei cantieri edili o nelle numerosissime fabbriche di abbigliamento (che di solito producono per l’esportazione). Per i più giovani, poi, c’è sempre spazio nel fiorente business dei bordelli. 

(Fonti : Peace Report,er MissiOnLine)

 

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